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- La “Baracca” come metafora sovrastrutturale
Il termine baracca non va letto in senso pittoresco o folklorico, bensì come segno materiale di una precarietà naturalizzata.
La baracca è:
abitazione informale
spazio provvisorio che diventa permanente
residuo architettonico del fallimento dello Stato sociale
Nel nominarsi Baracca Sound System, il collettivo compie un’operazione ambigua:
👉 estetizza la precarietà invece di superarla.
Qui emerge la prima contraddizione marxiana:
la baracca non è più scandalo, ma brand narrativo, feticcio identitario che consente la sopravvivenza simbolica senza la trasformazione reale delle condizioni materiali.
Siamo già nel campo del realismo rassegnato.
- Sound system come falsa comunità (o: il collettivo senza collettività)
Il sound system, nella sua genealogia originaria (Giamaica post-coloniale), era strumento di riappropriazione dello spazio pubblico, mezzo tecnico al servizio di una comunità reale, conflittuale, viva.
Nel Baracca Sound System, invece, assistiamo a una simulazione di comunità:
il collettivo esiste più come immaginario che come prassi politica
la ritualità del suono sostituisce l’organizzazione
la militanza viene sublimata in vibrazione
È il trionfo di ciò che Gramsci avrebbe definito folklore regressivo:
una cultura “dal basso” che non produce coscienza, ma auto-consolazione identitaria.
- L’estetica dub come anestetico ideologico
Il dub, nella sua potenza originaria, era:
decostruzione della forma
sabotaggio della canzone
critica sonora dell’ordine
Nel Baracca Sound System, il dub diventa atmosfera, sfondo, comfort zone acustica.
Il basso non scardina: culla.
L’eco non disorienta: narcotizza.
Siamo davanti a quello che potremmo definire un edonismo militante senza militanza, un suono che mima il conflitto ma lo rende innocuo, digeribile, esportabile.
Benjamin parlerebbe di perdita dell’aura conflittuale.
Adorno parlerebbe di pseudo-individualizzazione sonora.
Io parlerei di pace sonora nel cuore della sconfitta. by PACO87
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